Dieci modi per non volersi bene e vivere male.

1) Umiliare gli altri.

Spesso in maniera consapevole o senza farci attenzione si tende a parlare male degli altri o a umiliarli direttamente, anche per scherzo. Tipico di chi è insicuro, nell’immediato la cosa può potenziare leggermente la nostra autostima e magari riscuotere consensi sociali sotto forma di risatine idiote. Alla lunga però, questo modo di fare ci rende antipatici, sia ovviamente a chi subisce l’umiliazione ma anche alle persone presenti che magari hanno precedentemente riso alle battute denigratorie. Inoltre, non si può aumentare la stima di Sé puntando l’indice verso una presunta inferiorità di qualcun altro, non è meglio accettare e potenziare invece le proprie reali qualità? Senza cadere nella presunzione ovviamente.

2) Pensare di essere speciali.

Anche questo è autolesionistico, l’atteggiamento mentale, conscio o inconscio potrebbe essere che se non si è qualcuno allora non si è nessuno, allora vediamo intere generazioni aspirare a partecipare a insensati programmi televisivi credendo e sperando di diventare “qualcuno” 8in realtà in quei contesti ci si annulla totalmente), peggio, vediamo padri ossessivi costringere figli di pochi anni ad allenarsi ogni giorno convinti di avere un Pelè dentro casa, poveri padri e soprattutto poveri bambini. Nessuno è speciale, potete essere UNICI, e questo vale per tutti, ma non speciali. Cercate piuttosto di superare “l’orrore della mediocrità” spostando le vostre energie e la vostra attenzione verso qualcosa di più costruttivo, che vi renda meno speciali, ma sicuramente più unici e più se stessi.

3) Cercare per forza di piacere a tutti.

Chi lo fa’, di solito ha qualcosa di sé che non ama, che rifiuta. Piacere a tutti non significa solo avere un atteggiamento accomodante e compiacente, significa anche fare delle cose o sviluppare interessi o anche studi e scelte di vita, semplicemente perché più popolari rispetto ad altre. E allora via a comprare un telefonino da 600 euro e non avere i soldi per una ricarica, o comprare un’auto potente e fare pochi euro di carburante, o frequentare solo certi bar o determinate persone. State solo gonfiando d’aria il vostro sé. Cercare di piacere a tutti poi è faticoso, bisogna lavorarci su quotidianamente, crea ansia, se ci riuscite e otterrete poi il sospirato e indefinito premio, avrete sempre poi il timore di riperderlo. Chi è se stesso piace sempre, sembra incredibile ma è così, mostrare disaccordo, esprimere le proprie opinioni, i proprio gusti, la propria personalità, anche con energia a seconda delle situazioni, ingenera rispetto e approvazione negli altri, ovviamente, anche in questo caso è necessario stare attenti a non sfiorare la supponenza o la presuntuosaggine.

4) Sentirsi esenti da critiche.

Ecco un altro atteggiamento molto diffuso e piuttosto fastidioso, ci sono persone che non vogliono essere mai riprese, non nel senso del video. Si ha paura della critica perché potrebbe ancora una volta rivelare una nostra presunta debolezza, inferiorità, inutilità. Si può reagire ad una critica, anche costruttiva o scherzosa, con stizza, rabbia, negandola, rifiutandola e molto spesso anche, denigrando se stessi molto di più, in modo più accanito rispetto a come lo ha fatto un’altra persona, questo a causa di semplici meccanismi difensivi conformistici che ci portano da un lato a confermare un’idea altrui e dall’altro a ribellarci, a non accettare la critica proveniente dagli altri e quindi ad esasperarla noi stessi, noi possiamo giudicarci gli altri. Questo determina ovviamente che le altre persone non si sentano rilassate quando stanno con noi, non si sentiranno liberi di potersi esprimere, perderanno spontaneità, staranno attente a cose dire, non scherzeranno più, quindi paradossalmente, un tentativo di salvaguardare la propria immagine sociale, la peggiora. Le persone ci accettano con maggiore facilità se ci comportiamo da essere umani imperfetti e soggetti a errori, essere se stessi vince sempre, nel bene e nel male. Perfezione è sinonimo di fallimento, perché nessuno lo è e nessuno potrà mai esserlo, non mi stancherò mai di ripeterlo, è inutile impegnarsi ad essere perfetti, è inutile e frustrante, è come scalare l’Everest a testa in giù. Impieghiamo più tempo invece, innanzitutto ad accettarsi, e magari a cercare di capire il perché di una critica, quando ci arriva, senza considerare ovviamente quelle gratuite o provenienti da persone maldicenti o invidiose.

5) Evitare di mettersi in gioco.

“Non voglio uscire stasera non ho voglia”,  “Non voglio vedere tizio o Caio mi stanno antipatici”, “E’ inutile che ci provo tanto sarò bocciato” “Fatica sprecata, non ci riuscirò”. Chi di noi non ha mai detto o pensato una delle affermazioni di cui sopra, trovando delle patetiche giustificazioni (intellettualizzazioni o finte razionalizzazioni) con se stesso. Evitare situazioni o persone che potrebbero, secondo una nostra errata convinzione, senza nessuna prova reale, buttarci giù è come gonfiare un pneumatico forato, il problema si ripresenterà a breve. Certe idee di fallimento che si insinuano nella mente è bene esorcizzarle buttandosi nel fuoco, se non lo si fa, il senso di insicurezza non cessa mica ma viene solo rimandato, anzi peggiora perché col tempo si cronicizza e sarà sempre più difficile, specialmente quando prima o poi ci troveremo giocoforza, in simili circostanze. Cercate di capire allora da cosa derivano questi timori, analizzate le vostre reali qualità, ed esercitatevi ad affrontare gradualmente le situazioni o persone che di solito avete evitato, rimanendo se stessi coi propri limiti e coi propri pregi, avrete sicuramente delle sorprese.

Dottor Vito Lupo Psicologo Battipaglia.

6) Cercare di darsi importanza.

Anche questo è un meccanismo automatico molto diffuso, spesso agito senza accorgersene. Quante volte sarà capitato di voler dare dei consigli non richiesti, di voler convincere gli altri, di affermare la nostra ragione e il torto altrui, la classica forma “Fatti dire una cosa” o il tanto fastidioso “Stammi a sentire” usato spesso automaticamente anche con amici o per telefono (al massimo si può dire: “Ascolta”). E’ una forma di controllo sugli altri attuata per dimostrare continuamente che abbiamo ragione, che contiamo qualcosa, ne abbiamo bisogno per non sentirci insignificanti, è il nostro ego malsano che la mette in atto. Ancora una volta invece, si ottiene l’effetto contrario, proviamo rabbia o inferiorità quando non riusciamo ad influenzare l’altra persona e allo stesso tempo ci mostriamo sgradevoli agli altri. Non dobbiamo dimostrare nulla alle altre persone, essi ci accetteranno pure se avranno idee in contrasto con le nostre, proviamo anzi a rapportarci ad essi senza voler per forza tentare di influenzarli.

7) Non esprimere le emozioni.

Questo è forse il punto più delicato, esprimere liberamente le priprie emozioni per molti è difficilissimo. Piangere in pubblico, arrabbiarsi, per alcuni anche ridere è segno di debolezza. Si ha la convinzione che se ci si controlla si è più forti e sicuri di sé. Anche questo è un luogo comune di origine familiare/culturale duro a morie. Avere una vasta gamma di emozioni da esprimere è invece qualcosa che ci rende molto umani. Quando c’è da piangere, da arrabbiarsi, da ridere, da commuoversi, da intristirsi, da impaurirsi bisogna farlo, anche in pubblico, anche in situazioni socialmente imbarazzanti, le persone non giudicano, anzi una persona che esprime le sue emozioni, anche negative (ovviamente senza scadere nella violenza) la sua sensibilità e molto più apprezzata ed esce fuori dall’anonimato, si fa notare. Questo è sinonimo di coraggio non di debolezza, è stare bene con se stessi.

8) Difendere eccessivamente il proprio valore.

Non bisogna assolutamente essere uno zerbino!!! Ma offendersi costantemente, spesso anche con manifestazioni di rabbia o violente per riparare una presunta offesa di poco conto non è certamente sano. Inoltre, se si è tanto sicuri del proprio valore perché bisogna sempre difenderlo? Vuol dire che allora questa fortezza non è tanto resistente. Esigere continuo rispetto dagli altri ci porta a provare costantemente sentimenti di rabbia ansiosa, ciò nasconde un’autostima molto fragile. Quando invece si è sicuri di sé e delle proprie qualità, anche il rispetto di sé aumenta, eventuali mancanze di riguardo da parte degli altri, per futili motivi, non ci dovrebbero per nulla scalfire, anzi ci dovrebbero rafforzare perché appunto affronti basati sul nulla.

9) Sentirsi superiori.

Nessuno è inferiore o superiore alle altre persone. Si può essere più bassi o più alti, biondi o mori, abbiamo tutti diversi punti di forza e di debolezza, e chi è debole in un ambito sarà forte in un altro. Alcuni devono per forza dimostrare di essere i migliori, fisicamente, mentalmente o dal punto di vista intellettivo, si impegnano allora ostinatamente in svariate attività: esercitarsi a suonare uno strumento meccanicamente, allenarsi in palestra, riscriversi all’Università o seguire corsi e master pressoché inutili, organizzare ossessivamente eventi, mostre, ecc. Bisogna dare continue prove della propria superiorità fisica o mentale cercando di impressionare gli altri col proprio talento, con le mille cose che si fanno, con il fatto che si è sempre impegnati. Anche queste soluzioni sono alla lunga inutili, stancanti e solo temporanee, anziché modificare se stessi si cerca di esasperare forzatamente delle qualità che magari non si hanno. Così facendo, gli altri potrebbero considerarci degli alieni, a percepire che indossiamo una maschera, cosa che si ritorce contro alle nostre intenzioni iniziali. Ancora una volta, dobbiamo essere autentici e accettarci come siamo.

10) Dare la colpa alla natura o all’educazione per i nostri problemi.

Caso tipico, i nostri problemi non dipendono da noi ma dalla famiglia (“Sono stata educata così non posso cambiare”), dalla genetica (“Sono fatto così non ci posso fare niente”), dagli ormoni (“Non è colpa mia se mi arrabbio sono i miei ormoni”), dalla scuola (“Non ho le basi i miei professori non erano bravi”), dall’Università (“Quel professore boccia tutti e ha chiesto cose che non erano nel programma”), dal lavoro (“Non potevo lavorare 6 ore al giorno senza aria condizionata e a quelle condizioni, merito di più”), continuate voi con gli esempi, io potrei continuare all’infinito. Ci troviamo di fronte alle solite auto giustificazioni messe in atto per avere la sensazione che i nostri fallimenti o insuccessi non dipendono da noi ma da fattori esterni, a volte ciò può essere vero, la maggior parte delle volte non lo è. Serve anche questo a proteggere la nostra autostima, si dà sempre la colpa agli altri, questo modo di pensare è negativo perché non produce nessun reale potenziale di cambiamento in noi stessi, ci adagiamo, ci deresponsabilizziamo. Spesso questo tipo di convinzioni provengono dall’infanzia, genitori, parenti o amici possono averci continuamente ripetuto che dovevamo essere i migliori, di non sbagliare, che la nostra famiglia è migliore delle altre, che i veri uomini non piangono, perle di saggezza false e inutili che se da bambini possono essere a volte utili, da adulti devono essere reinterpretate e messe in discussione. Noi siamo responsabili delle nostre azioni e delle loro conseguenze, noi possiamo modificare lo stato delle cose prima col pensiero e poi con l’azione, anche quando le condizioni sono effettivamente sfavorevoli. Uscite fuori dagli schemi mentali acquisiti, specie quando questi si rivelano oramai vetusti e inefficaci.

Questi dieci punti di sicuro non cambieranno la vita di nessuno, possono però servire come spunto di riflessione critica sui nostri comportamenti o modi di pensare e su quelli degli altri. Possono essere usati come punto di partenza per iniziare a sviluppare un sentimento di comprensione di alcuni aspetti mentali e comportamentali automatici che appartengono a noi e ai nostri cari. E’ importante tenere presente che la natura di questi atteggiamenti è molto spesso inconscia, sono inoltre profondamente radicati in noi, sono comportamenti agiti e ripetuti per anni, molti non li metteranno in discussione, vengono considerati ovvi, parti di sé, non sono facili da modificare. D’altronde non è questo il mio scopo, lo scopo è semplicemente quello di stimolare un’idea diversa, tentare di “accendere qualche lampadina” nella testa, provare ad “aprire qualche cassetto” della mente, non ci vuole poi tanto. Buon benessere a tutti…

Psicologo Battipaglia Dottor Vito Lupo

www.vitolupo.it

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Psicologo e luoghi comuni.

Lo Psicologo, aiuta le persone ad affrontare gli ostacoli che impediscono lo sviluppo delle proprie potenzialità, accompagnandole nella scoperta di se stesse e delle proprie risorse. MOLTO UTILE per chi è curioso di CONOSCERSI meglio, di capire come funzionano certe dinamiche proprie e altrui, per fare chiarezza in momenti un po’ travagliati o disordinati della vita. Così facendo, si riesce a RAFFORZARE  la propria autostima e di conseguenza, a confrontarsi con le difficoltà della vita con un atteggiamento più efficace e produttivo, raggiungendo un benessere psicologico e relazionale.

NON E’ VERO che un percorso psicologico dura per anni, a volte POCHE SEDUTE sono più che sufficienti.

NON E’ VERO che le sedute sono care, la maggior parte di noi prende qualche DECINA DI EURO a seduta, con consulenza e visite di controllo di gratuite.

NON E’ VERO che chi va dallo psicologo è “PAZZO”, anzi, decidere di rivolgersi ad uno PSI significa proprio il contrario: accorgersi di sperimentare un disagio e volerlo affrontare, comprenderlo, con coraggio e motivazione.    Non mi sembra che i pazzi agiscono così.

Psicologo Battipaglia Dottor Vito Lupo

www.vitolupo.it

Come migliorare l’autostima e accettare se stessi.

Come aumentare l’autostima e accettare se stessi.

Mente, pensiero e sentimenti.

Molti dei sentimenti che proviamo, degli stati d’animo, sono influenzati dall’idea che ci facciamo di noi stessi o che crediamo che gli altri abbiano di noi (parenti, amici, partner). Quindi, l’opinione che abbiamo di noi stessi influenza il nostro stato d’animo, ci vediamo forti e ci sentiamo allegri, ci vediamo bravi e ci sentiamo contenti. Molto spesso però, è lo stato d’animo che influenza il nostro essere, ci sentiamo tristi e ci vediamo falliti, ci sentiamo felici e ci vediamo vincenti. Quindi le due componenti, immagine di sé e stato d’animo, si influenzano vicendevolmente, interagiscono tra di loro in maniera imprescindibile. Entra in gioco però una terza componente fondamentale che complica ulteriormente le cose: il pensiero. Il pensiero o attività mentale, quando sviluppata in maniera cosciente e costante opera una forte influenza sullo stato d’animo e sull’immagine di sé, se ad esempio decidiamo di non sentirci tristi e non lo saremo più, se decidiamo di non vederci più timidi, deboli o sfortunati, semplicemente, non lo saremo più.

Se si riflette un attimo su questo concetto e se ci si esercita in modo costante sulla gestione del pensiero, ci sono tutti i presupposti per dare vita ad una reale rivoluzione interiore.

La mente e il pensiero, influenzano i nostri stati d’animo e la nostra immagine di noi stessi, se poi chiamiamo in causa le recentissime scoperte sulla NeuroEndoImmunologia, allora il pensiero potrebbe avere un influenza anche sul benessere fisico e non solo emotivo, ma d’altronde, se si ragiona secondo una prospettiva olistica, è ormai assodato che mente e corpo sono una sola entità.

Accettare i propri errori.

Comunque, cercando di non uscire “fuori traccia”, rimaniamo sul discorso dell’immagine di se dicendo subito che: “spesso raggiungiamo conclusioni affrettate e definitive su noi stessi sulla base di situazioni e condizioni temporanee e tutto sommato non sconvolgenti”. Faccio un esempio, un esame non superato a volte può definire uno studente come cronicamente fallito e instaurare in lui sentimenti di tristezza duraturi, quante persone hanno lasciato gli studi per un solo esame non riuscito a superare?

Ancora, essere stati lasciati dal partner, non aver avuto un’erezione, aver fatto un errore a lavoro o con una persona, spesso sono eventi singoli che però vengono generalizzati e ingigantiti a dismisura.

Evitiamo quindi di condannare noi stessi con troppa facilita: “Sono disgustoso, sono un fallimento, sono inferiore, non merito amore, sono un debole, sono fatto così, sono stupido, sono cretino, non conto niente, lui e migliore di me, non avrò mai successo, ecceterea, eccetera, eccetera…Sono tutte affermazioni che non hanno senso in quanto definiscono la nostra intera persona in modo unilaterale e semplificato, ovviamente, la conseguenza è che ci sentiamo tristi, arrabbiati, sfiduciati e così via, anche se per un’ora, anche se per un giorno, abbiamo dato una definizione errata alla nostra persona, e qualcosa di negativo rimane comunque in noi.

Non è così…siamo molto di più di uno stato d’animo temporaneo.

Ci sono DUE modi per aumentare l’autostima, il primo è gonfiare il proprio valore e sentirsi meglio degli altri, questo è un metodo poco efficace, perché alla base non c’è niente che ci dimostra la sua veridicità, se ci gonfiamo di niente sempre niente saremo, non possiamo nemmeno confrontarci con l’altro perché, seppure abbiamo più soldi di lui, magari abbiamo meno donne, oppure avremo un’auto potente, ma invidieremo di lui la sua bella famiglia. La vera ricchezza è quella spirituale, chi la ha non si vanta di averla e non si sente migliore degli altri.

Un secondo metodo, molto più efficace, consiste nell’accettare se stessi così come si è, valutarsi per quello che si può fare e non per quello che si ha, valutarsi senza lasciarsi condizionare o influenzare dal parere degli altri ma sulla base della reale convinzione del proprio valore.

Siamo unici, sfaccettati, irripetibili, in mutamento, in evoluzione, siamo troppo complessi per qualsiasi definizione, possiamo dire di essere alti o bassi ma non di essere intelligenti o buoni, soprattutto: non siamo perfetti, siamo fallibili, sbagliamo continuamente ed è giusto che sia così, gli errori servono a migliorare.

Non dovremmo permettere che il valore che  ci assegnamo derivi dalle opinioni altrui, sia quelle che noi percepiamo che gli altri abbiano, sia quelle reali che gli altri fanno. E’ un errore gravissimo, così come è un errore grave considerare da buttare un cesto di mele solo perché una è cattiva, o considerare da buttare la Gioconda solo perché la pittura è un po’ scrostata.

Lo stesso vale per noi, non siamo da buttare via se abbiamo fallito un esame, se siamo stati licenziati o siamo stati lasciati o se è andato male un colloquio o se gli altri hanno più successo di noi, se abbiamo mentito ad una persona questo non fa di noi una persona bugiarda sempre e in ogni occasione, lo stesso nel caso di un tradimento, o nel caso di un successo, se abbiamo raggiunto un traguardo non vuol dire che siamo onnipotenti e destinati a vincere sempre.

Se vostro figlio sbaglia un compito lo etichettate come perdente? O se un famoso calciatore sbaglia un rigore non rimane lo stesso un campione? Gli esempi possono essere tanti, cercateli nelle vostre esperienze quotidiane.

In ognuno di questi casi, abbiamo commesso un errore, o di valutazione o di comportamento, l’importante è riconoscerlo, accettare che abbiamo sbagliato e non farlo più in futuro.

Purtroppo, è più facile essere tristi o rabbiosi che accettare serenamente che abbiamo fatto un errore grave pur continuando a volerci bene.

Piccolo esperimento:

scrivete su un foglio grande o su dei post-it una caratteristica della vostra persona nella sua interezza che vi viene in mente, sia fisica che psicologica, poi scrivetene un’altra e un’altra ancora fino a quando davvero non ve ne vengono altre in mente. Se date un‘occhiata globale al risultato, vi renderete conto di quanto è ricca la vostra complessità di essere umani, e sono sicuro che dopo vi verranno in mente altre qualità da aggiungere. Magari potreste chiedere poi il parere di una persona di fiducia riguardo ad altri aspetti che non avete scritto.

E’ impossibile quindi valutare se stessi e gli altri in senso globale. Psicologo Battipaglia Dottor vito Lupo

Siamo unici e mutevoli.

Anche se oggi potessimo misurare tutte le nostre caratteristiche personali, in senso negativo o positivo, queste misure l’indomani sarebbero da buttare e da rifare.

Ogni giorno si cambia un pochino, si spera di migliorare, la tendenza naturale è quella di crescere e potenziarsi, quindi non siamo mai sempre nello stesso modo.

Inoltre siamo difettosi, imperfetti, commetteremo sempre errori, dovremmo rassegnarci serenamente a questa idea, nessuno è perfetto e mai nessuno lo sarà.Siamo fatti così.

Quando sbagliamo o falliamo in qualcosa, possiamo provare tristezza, rabbia o delusione, tutte emozioni negative però sane, perchè ci agevolano a correggerci, ad aggiustare il tiro, ad auto aiutarci per la prossima volta.

Emozioni negative malsane come il disprezzo di sé, l’autocondanna, la rabbia cieca, portano a sentimenti autosvalutativi più profondi che possono causare anche stati di depressione, di vergogna o di colpa. Di conseguenza, si tende ad evitare la situazione potenzialmente rischiosa e a non mettersi in gioco, anziché provare a fare una cosa, col rischio di fallire ma anche di riuscire, non la si fa proprio, la frustrazione si accumula e l’infelicità pure. Questo è qualcosa di altamente disadattivo.

Non è meglio imparare a ridere dei propri errori? Tanto ne capiteranno sempre e per sempre di nuovi e di diversi, prendersi troppo sul serio non è indice di buona salute e buon equilibrio mentale, proverbi come: “Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi” dovrebbero essere proibiti, sono stupidi e inopportuni.

Tu sei unico perché nessuno è uguale a te, allo stesso tempo anche gli altri sono unici e diversi tra loro,ognuno con le proprie qualità positive e negative, quindi paradossalmente, ognuno di noi, è diverso e uguale agli altri allo stesso tempo.

Accettazione e rassegnazione: come agire per uno scopo.

Pongo l’accento sul concetto di accettazione che deve essere distinto da quello di rassegnazione, la rassegnazione è qualcosa di passivo, è un’arresa, è rinuncia, è pigrizia mentale, paura, richiede poco sforzo ma alla lunga fa stare male, ci fa sentire depressi, in colpa, falliti, è lusinghiera ma è un inganno, chi si rassegna vivrà una cattiva vecchiaia.

Non ci fa agire perche tanto ci fa sembrare che è tutto inutile.

L’accettazione è invece una serena comprensione della situazione, ci porta ad adattarci alla circostanza e ad agire in un modo più adeguato per risolvere o affrontare un problema.

L’accettazione si basa su una capacità di tollerare le frustrazioni e di pianificare ed agire in vista di una gratificazione futura, tollerare una sofferenza o una qualsiasi situazione oggi, per stare meglio domani, per la serie, lavorare sodo per ottenere la gallina domani, dato che il classico l’uovo oggi mi può nutrire solo oggi.

Accettare voi stessi  implica accettare anche le cose brutte che sono state fatte, perdonarsi non significa ripetere il comportamento spiacevole. Quando si fa un errore è bene riconoscerlo e imparare da esso, agire in modo più costruttivo e ributtarsi immediatamente nella mischia.

Anche nel caso di situazioni molto spiacevoli, ad esempio violenza familiare, dipendenza da sostanze, tradimenti coniugali, ecc. è necessario non percepirsi secondo un’etichetta, se un padre, occasionalmente, in un momento di rabbia picchia la moglie e i figli ha commesso un atto bruttissimo, terribile,  dovrebbe però evitare di etichettarsi come “marito padre violento” al più presto, prima di cominciare a vedersi veramente come tale e a rimanere bloccato nel ruolo, anziché pensare: “Sono un marito violento” dire a se stessi “Ho perso la testa e ho commesso un singolo atto di violenza”. Lo stesso vale per uno che ha fatto uso di eroina o di altre droghe in modo occasionale, anziché pensare: “Sono un drogato” dovrebbe pensare: “Ho fatto uso di droghe dovrei stare attento a non farlo più

La cosa da fare è assumersi la responsabilità dei comportamenti e degli aspetti di se negativi, capire che ci si è comportati male e cercare di riparare in futuro. Nessuno è: “Fatto così” questa è un’altra assurdità entrata nel modo di pensare comune, “sono fatto così non posso cambiare” “se mi vuoi mi devi accettare come sono non posso cambiare”, quante sciocchezze, NON è VERO!!!

Cercate poi di essere specifici nel modo di descrivere un comportamento sbagliato, riprendendo l’esempio della violenza, anziché pensare: “Ho picchiato mia moglie e mio figlio, sono un violento, sono un mostro e mi comporterò sempre da tale” si può pensare: “Ho picchiato mia moglie e mio figlio perché ero stanco, già arrabbiato da prima, ho sbagliato in quell’occasione ma non succederà più, perché io non sono così”.

Per vivere bene la vita, tra le altre cose, è importante assumersi le proprie responsabilità sia dei successi che degli errori e dei fallimenti.

Le etichette servono per la taglia e i prezzi dei pantaloni…

Mai dire a se stessi: “Sono stato un cretino” “Che scemo che sono” “Che idiota” oppure “Sono stanco” “Sono apatica” eccetera, neanche per gioco o persciocchezze, ne sento decine di cose così ogni giorno.

Non si usa mai una terminologia offensiva o irrispettosa nei confronti di se stessi (alcune teorie dicono che chi lo fa spesso in realtà nasconde un disturbo emozionale più profondo), se una cosa si ripete spesso, il significato, il messaggio viene comunque veicolato, ci poniamo verso gli altri nel modo in cui ci siamo appena etichettati e loro questa cosa la percepiscono, peggio, alla lunga ci sentiamo così, possiamo cominciare a credere di esserlo.

Se uno no crede che veramente è cretino perché deve dirselo, prendiamo l’abitudine ad usare un linguaggio che descriva precisamente il nostro comportamento e le nostre emozioni, non è mica difficile?

Cerchiamo di allenarci a darci un’etichetta diversa, positiva, che ci carica, magari nemmeno quella è vero ma sicuramente è meglio ripetere a se stessi: “Mi sento forte ce la farò”.  Anziché: “Sono debole, non ci riuscirò mai”, è quel “sono” che fa la differenza, si può dire sono alto, sono pesante, ma non sono debole, forte, fallito, triste, eccetera.  Si dice: “Mi Sento”. Notate la differenza?

Prima di etichettarsi poi chiedersi in che cosa si ha fallito, il classico:”dove ho sbagliato?” che porta a ripetere l’esperimento.

Resistere al linguaggio auto-offensivo ha un doppio vantaggio, ci pone in una posizione diversa nei confronti degli altri e ci consente di sperimentare maggiore autostima.

Autoaccettazione e cambiamento.

Come detto, l’autoaccettazione non è rassegnazione e non è passarla liscia, auto accettazione vuol dire assumersi la responsabilità dei propri comportamenti e degli aspetti di se meno gradevoli, volerli modificare e cercare seriamente di farlo.

Vuol dire condannare o perdonare certe cose che si fanno, l’importante è non pretendere troppo da se stessi, ognuno ha i suoi tempi e i suoi ritmi, non bisogna ne essere troppo passivi ne troppo attivi. Due metodi molto errati per potenziare l’autostima riguardano o il non fare nulla, per non correre rischi, o il fare tante cose in modo esagitato per dimostrare a se stessi e agli altri che si è bravi, nessuno dei due modi risulta sano ed efficace alla lunga.

Il primo porta a sentimenti di tristezza e di colpa, il secondo genera ansia o sovrastima di sé, con la conseguenza che al primo fallimento, anziché cadere sul suolo si precipita al centro della terra, da dove poi sarà molto più difficile risalire.

Un altro modo comune di pensare porta le persone a concentrarsi più sui propri errori e sui difetti anziché sulle risorse e sulle potenzialità di cambiamento, questo comportamento, ahimè tanto diffuso e sbagliato, porta ancora una volta a non riuscire a vedere i rimedi, le possibilità e le parti sane di sè. Non si può risolvere un problema personale partendo dagli aspetti negativi, continuando a ripetersi: “non ci riuscirò tanto già lo so”, “Sbaglierò di sicuro” “Non mi và mai niente bene” e così via. Sarebbe come volere imparare una lingua straniera picchiandosi un libro in testa, è assurdo e patetico.

Cerchiamo invece di concentrarci ancora una volta sulle nostre qualità positive, tutti ne hanno, il valore di ognuno di noi è uguale a quello di qualsiasi altro essere umano, inoltre, se non ci lasciamo sviare dall’autocondanna e dall’autofustigazione, avremo più tempo, più energia e più carica per ridurre l’agitazione e concentrarci con lucidità sul problema da risolvere.

Amiamoci così come siamo, siamo perfetti nella nostra imperfezione.

Psicologo Battipaglia Dott. Vito Lupo

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Cosa rende una coppia felice? Suggerimenti e consigli.

COPPIE FELICI: suggerimenti e consigli utili.

Le relazioni intime sono tra le più importanti fonti di gratificazione per gli esseri umani. Quasi tutte le coppie quando si formano sono animate da intenzioni positive e da aspettative di gratificazione e supporto da parte del partner. Come sappiamo però non tutte le coppie riescono a realizzarle e al contrario spesso interrompono la relazione. La ricerca ha indagato quali possono essere i meccanismi che portano una coppia ad essere felice e a durare nel tempo. Dagli studi di Seligman sulle emozioni positive è emerso come le coppie felici mettano maggiormente in risalto gli aspetti positivi della vita rispetto a quelli che vivono relazioni infelici o che si separano. Sembra infatti che le reazioni dei partner e quindi della coppia alle buone notizie sia più importante rispetto a quelle relative ai momenti di difficoltà o sofferenza.

Che significa concretamente? Gioire per i successi del partner, partecipare emotivamente alla sua felicità, costruire attivamente situazioni e momenti che portino felicità alla coppia, celebrare i momenti positivi vissuti insieme sembrano essere le chiavi per mantenere ed alimentare una buona intesa e soddisfazione reciproca.

Superare le difficoltà insieme e sostenersi quando le cose vanno male sembra essere una componente importante nella vita di coppia ma non l’elemento principale che consente di portare aventi un’unione felice. Da uno studio pubblicato da Shelley L. Gable, psicologa dell’università della California, si evidenzia come la condivisione di eventi positivi accaduti ad uno dei partner porta a percepire una maggiore vicinanza  e sicurezza nell’unione.

Abituarsi a celebrare i momenti felici sembra avere anche il vantaggio di aumentare le emozioni positive per la coppia. Sperimentare emozioni positive ha l’effetto di aiutare la persone ad allargare i propri orizzonti imparando a non farsi sopraffare da situazioni spiacevoli ed inoltre ha l’effetto di legarci più intimamente agli altri.

Tra le emozioni positive sembra avere particolare rilevanza la gratitudine nei confronti del partner. Ringraziare la persona che si ha accanto per le piccole o grandi cose che fa per noi, piuttosto che darle per scontate, aiuta fortemente a rinsaldare il legame.

Anche la passione risulta essere un elemento particolarmente importante da promuovere per una buona relazione di coppia. La passione è però spesso confusa con una sorta di desiderio incontrollabile o con la sensazione di non poter vivere senza l’altro. Una passione sfrenata o ossessiva in realtà è nociva per la relazione e non consente di sperimentare emozioni positive. La passione “sana” si manifesta al contrario come disposizione positiva verso una persona che amiamo. Ciò consente di entrare in intimità con l’altro senza però rinunciare alla propria identità ed individualità. E’ in questo modo che si può costruire una relazione equilibrata e matura. Una modalità per promuovere la passione senza rinunciare a se stessi è quella di impegnarsi in attività divertenti o piacevoli per entrambi.

Qualche consiglio pratico… prestate attenzione ad ogni notizia positiva espressa dal vostro partner sia che riguardi il lavoro, un suo interesse o altro. Esprimete la vostra gioia per lui/lei e nel caso trovate un modo per festeggiare la notizia. Cercate di programmare all’interno della giornata dei momenti che richiamino emozioni positive. Cercate di vivere intensamente e concentrarvi sulle emozioni positive provate in modo da sentire le sensazioni che generano dentro di voi. Richiamate alla memoria episodi che vi hanno divertito o fatto stare bene o impegnatevi in attività anche semplici che vi hanno dato in passato piacere e serenità. Ognuno può costruire una sorta di “elenco personale” al quale attingere quotidianamente per promuovere in maniera attiva il proprio benessere personale e quello della coppia.

Quali suggerimenti si potrebbero offrire a tutte quelle persone che si frequentano più o meno assiduamente con l’idea, il desiderio o la speranza di unirsi stabilmente in un rapporto di coppia?

Il primo consiglio di fondo è senza dubbio quello di fare della conoscenza profonda dell’altro un obiettivo importante e prioritario da cui poi dipenderà il buon andamento del rapporto di coppia, che viene misurato concretamente da un particolare indicatore: la voglia di stare insieme . Si, proprio così, il tempo che si desidera trascorrere con l’altro per comunicare, giocare, amare, divertirsi, crescere, ma anche per affrontare insieme i problemi della quotidianità, diventa un tempo di vita che indirettamente è la misura di un rapporto di coppia riuscito e che funziona bene, in cui entrambi i partner possono affermare di essere veramente felici.

I suggerimenti che seguono sono regole di buon senso, che costituiscono solo la base per avviare una reciproca e profonda conoscenza, che se da un lato è un ottimo rimedio per non correre il rischio di ritrovarsi a vivere un rapporto di coppia come estranei, dall’altro ci sembra il miglior antidoto per prevenire i mali causati dalla routine, dalla noia, dall’apatia, fondamentale anche per promuovere una buona comunicazione interpersonale all’insegna del rispetto reciproco, della fiducia, della felicità e del benessere della coppia.

10 consigli:

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1. Dare spazio all’amore:

trovare sempre nell’arco della giornata il tempo e il modo per dire al proprio partner “ti amo” . Può sembrare banale, ma è importantissimo farlo, ovviamente a condizione di sentirlo. Qualsiasi modo va bene (non ci sono limiti alla fantasia): può bastare un fiore, una carezza, un pensiero gentile, una telefonata, una sorpresa o piccole attenzioni, che faranno capire alla persona che amate quanto è importante per voi. Dopotutto è il pensiero che conta!

2. Essere coerenti:
l’amore va soprattutto dimostrato e non solo dichiarato. Comportarsi in maniera coerente rispetto al punto precedente è una strategia salva rapporto di importanza cruciale se si vuole evitare di creare contraddizioni tra quello che viene detto a parole e ciò che viene comunicato con i fatti e le azioni quotidiane. Attenzione, dire al proprio partner “ti amo” e poi non essere presenti nei momenti importanti e nelle decisioni che contano nella vita di coppia, equivale a mentire spudoratamente. Può essere utile a questo punto ricordare il primo assioma della comunicazione che afferma…“Non si può non comunicare e tutto comunica… ogni comportamento è comunicazione e la comunicazione è comportamento”.

3. Comunicare in maniera aperta e leale:
in situazioni di divergenza di opinioni, di contrasto e/o di conflitto, è importante confrontarsi serenamente e ascoltare con calma, rispetto ed empatia anche le ragioni e i punti di vista dell’altro senza alcun pregiudizio, e soprattutto con la piena consapevolezza che l’apparente vittoria dell’uno sull’altro equivale in realtà alla sconfitta di entrambi. Se possibile, non lasciar trascorrere più di 24 ore dall’eventuale litigio per cercare di risolvere il problema o di superare al più presto la situazione conflittuale. E’ bene tener presente, inoltre, che i contrasti e i conflitti, peraltro assolutamente normali in una coppia, possono rappresentare un momento di riflessione, di maggiore conoscenza dell’altro, di confronto e, quindi, di crescita e di evoluzione della coppia, ma possono anche trasformarsi, come più spesso facilmente accade per mancanza di intelligenza sociale, in una trappola mortale per il rapporto che rischia di svuotarsi di ogni sentimento e di rimanere soffocato da violenti scontri diretti ad annientare psicologicamente l’altro. Pertanto, quando ci si ritrova in situazioni di esasperato conflitto è importante domandarsi se si vuole costruire un rapporto migliore o si vuole distruggere quello che si è già costruito.

4. Riconoscere i propri errori:

sembra facile, ma non è da tutti riuscire a farlo perché riconoscere di aver sbagliato richiede umiltà, coraggio e soprattutto intelligenza sociale ed emotiva. Un comportamento socialmente competente ed emotivamente intelligente prevede una strategia infallibile in tre punti: a) riconoscere i propri errori senza mezzi termini; b) scusarsi sinceramente per l’accaduto; c) impegnarsi a non ripetere l’errore commesso. Le coppie che hanno fatto proprio questo fondamentale principio di comunicazione interpersonale, hanno vita lunga, quelle che invece prediligono giochi pericolosi come “la caccia alle streghe”, “nascondersi dietro un dito” e “il gioco al massacro (è tutta colpa tua se…)” hanno i giorni contati, insieme alla certezza di soffrire.

5. Imparare a perdonare:

l’amore è anche e forse soprattutto capacità di perdonare. Il perdono è un atto d’amore che appartiene alle persone generose di cuore. Chi non sa perdonare, non può dire di saper veramente amare. Ci sono situazioni in cui il perdono, di per sé difficile da concedere, rappresenta l’unica via d’uscita, da pagare a volte a caro prezzo, ma è un investimento pur sempre conveniente se si tratta di vero amore. In caso contrario, negato il perdono, ci si troverà sicuramente pieni di orgoglio, ma allo stesso tempo più vuoti dentro nell’attesa di potersi “leccare” la propria ferita narcisistica.

6. Rinunciare alla perfezione:

ricordarsi che nessuno è perfetto è una regola d’oro spesso dimenticata che, se puntualmente osservata, può evitare inutili tensioni, ansia da prestazione e stress nella coppia. Se non accettiamo i limiti del nostro partner o non tolleriamo i suoi difetti e le sue imperfezioni, con molta probabilità non lo amiamo abbastanza o forse abbiamo (e il ché è ancora più grave) una visione distorta e infantile dell’amore. Questo potrà generare anche aspri conflitti nella relazione, ma a quel punto conviene interrogarsi sulle ragioni di fondo della propria scelta e darsi delle risposte coerenti. Insomma, pretendere la perfezione nel rapporto di coppia o dal proprio partner equivale a chiedere a un cavallo di volare…non sarà mai capace di farlo! Bisognerebbe, invece, imparare ad accettare i propri limiti e quelli altrui e saper essere soprattutto tolleranti per quello che non ci piace in noi o nella persona con la quale si è deciso di condividere un progetto di vita. Non è sicuramente facile, ma è prova di grande maturità e di buon equilibrio interiore.

7. Far prevalere il “senso del noi”:
sembra banale dirlo, ma la coppia è composta da due persone con bisogni, motivazioni, obiettivi, interessi, aspettative e desideri diversi; e fino a quando nella coppia prevarranno interessi personali e forme di egoismo, comunque espresse, non si andrà molto lontano sul difficile cammino della crescita emotiva, dell’amore e della felicità. Questo traguardo, che ogni coppia desidera raggiungere, è invece possibile se i partner sono entrambi capaci di creare da subito quel magico “senso del noi ” che è un sentimento profondo, basato sulla condivisione di tutto ciò che crea e rinforza un legame affettivo, e che va alimentato costantemente nel tempo.

Ma come si costruisce il senso del noi ?

Innanzitutto con quella complicità , tipica delle coppie molto unite, che pervade anche le piccole cose come i rituali piacevoli e tutti quei momenti emotivamente coinvolgenti che scandiscono il rapporto di coppia, come viaggiare e far vacanza insieme, ritrovarsi a tavola, passeggiare tenendosi per mano, far l’amore, divertirsi, gioire dei momenti di intimità, ma anche affrontando uniti le inevitabili difficoltà della vita, le situazioni di dolore e i momenti di sofferenza, senza dimenticare l’importanza di avere un linguaggio comune che faccia da sfondo al rapporto di coppia, caratterizzandone in modo esclusivo le fasi evolutive. Questo e molto altro ancora serve a creare il senso del noi , che ovviamente comprende anche le decisioni importanti da prendere insieme per il bene della coppia, come per esempio l’acquisto di una casa, il lavoro, l’educazione dei figli. Insomma, il senso del noi è un potente antidoto allo stress emotivo e relazionale della vita a due, che comporta un “affidarsi reciproco” , ossia una dimensione affettiva che unisce nonostante tutto, e nella quale ognuno si sente protetto da un rassicurante e tranquillizzante noi , capace di creare fiducia reciproca, indispensabile per andare avanti, e di emanare una straordinaria forza ed energia che rinsaldano profondamente il legame, rendendolo inossidabile e invulnerabile alle avversità quotidiane e ai problemi dell’esistenza.

8. Alimentare la passione:
significa desiderare l’altro e sentirsi fisicamente, sessualmente e emotivamente attratti dall’altro, ma allo stesso tempo rendersi a propria volta sempre desiderabili e attraenti agli occhi del proprio partner. Insieme all’intimità e all’impegno, la passione è un elemento cardine del rapporto di coppia da cui dipende la stabilità relazionale; e forse è anche l’aspetto più difficile da gestire nel tempo. E la difficoltà consiste nel fatto che la passione per sua natura è un fattore che molti considerano legato esclusivamente alla bellezza, all’attrazione fisica, alla corporeità e meno ad elementi più intangibili come il “fascino ” che è invece una qualità importantissima che una bella persona è in grado di emanare a prescindere dalla sua età anagrafica. Per mantenere sempre alta la “fiamma” della passione, allora la coppia ha bisogno di evolvere anche sessualmente e di rinnovarsi per riuscire ad essere sempre all’altezza delle aspettative affettive, sessuali ed emotive del partner. Molte coppie commettono invece l’errore fatale di dare tutto per scontato sul piano affettivo e quindi si adagiano, cadono nella routine, pensando che ormai non sia più così importante risultare desiderabili e attraenti agli occhi del proprio compagno con il quale magari si convive già da anni.

Se è vero che invecchiando la bellezza esteriore diminuisce e con essa le prestazioni fisiche e l’esuberanza sessuale, allora è anche vero che coltivare il proprio fascino e la bellezza interiore è un’arte che si può imparare, che forse rimane l’unica, vera arma segreta per mantenere sempre vivo e coinvolgente un rapporto di coppia che permette ai partner di crescere insieme.

9. Creare intimità nella coppia:

la tenuta di una coppia nel tempo è direttamente proporzionale al grado di intimità che i partner riescono a stabilire tra di loro. L’intimità è uno straordinario collante ancora più forte della passione, ma che per funzionare ha bisogno di essere continuamente alimentato attraverso una fiducia reciproca profonda e incondizionata. Solo su queste basi è possibile rivelarsi completamente all’altro, svelare i propri segreti, mettere a nudo le proprie debolezze o paure senza il timore di apparire fragili, vulnerabili o di essere giudicati per le proprie “zone erronee”.

L’intimità, quella vera, richiede soprattutto coraggio ed onestà intellettuale per affermare la propria identità, oltre alla consapevolezza che essa non è mai un punto di partenza, ma un punto di arrivo, un traguardo che si conquista pian piano, giorno dopo giorno nel tempo. L’intimità è in sintesi un elemento fortemente caratterizzante la stabilità della coppia, che più sarà intima e più apparirà unita e sicura anche agli occhi degli altri, grazie a quell’invidiabile senso di complicità che è allo stesso tempo causa ed effetto dell’intimità tra due persone che si amano.

10. Impegnarsi verso l’altro:

è in assoluto la regola di buon senso più difficile da seguire in un rapporto di coppia. Infatti, l’impegno implica da un lato l’assunzione di responsabilità nei confronti del proprio partner, specificamente legate a tale ruolo, dall’altro la volontà e il desiderio di non deludere mantenendo in qualsiasi situazione un comportamento adeguato che garantisca condizioni di equilibrio emotivo e stabilità nella coppia. Più in particolare, il termine impegno ha una valenza olistica, che abbraccia diverse dimensioni del rapporto, tutte assolutamente importanti, che vanno da quella relazionale , a quella psicologica, affettiva e professionale.

Impegno dal punto di vista relazionale vuol dire innanzitutto fedeltà e rispetto per l’altro; nella dimensione psicologica l’impegno assume il significato di fiducia e aiuto fornito al partner per sostenerlo nel suo percorso di autorealizzazione e crescita personale; in ambito affettivo l’impegno sottintende la presenza non solo fisica, ma soprattutto emotiva sia nei momenti belli che in quelli difficili della vita; in ambito professionale, infine, l’impegno per il proprio partner si estrinseca con la disponibilità a cercare insieme occasioni e opportunità che favoriscano il suo successo in ambito lavorativo, magari attraverso una più efficace strategia di valorizzazione delle sue risorse personali, che abbia anche lo scopo di migliorare la sua autostima. Ma perché è così difficile impegnarsi verso l’altro? Forse perché l’impegno richiede sacrificio, rinunce, capacità di donarsi senza pretendere nulla in cambio, impiego di risorse personali a favore dell’altro, altruismo o meglio ancora assenza di egoismo, dedizione. In una parola “amore” , un sentimento davvero grande, capace di raccogliere in sé tutte queste cose che solo chi ama sinceramente riesce a ritrovare con assoluta naturalezza nel suo repertorio comportamentale.

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Riportato da Psicologo Battipaglia Dottor Vito Lupo

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Come riconoscere uno Psicologo Bravo

Come riconoscere uno psicologo bravo…psicologo Battipaglia Dottor Vito Lupo

Le 10 qualità.

E’ questo un tema particolarmente delicato ed importante considerata la difficoltà che spesso le persone incontrano nel scegliere tra le varie tipologie di psicoterapie e approcci teorici quella più adatta al proprio problema. Il timore è sempre lo stesso:” Sarò in grado di scegliere la terapia più corretta per me?”.  Ma ancora più importante: “Sarò in grado di scegliere il giusto terapeuta? Come farò a rendermi conto che è la persona adatta, che sarà in grado di aiutarmi?”

E’ inutile sottolineare quanto le persone siano diverse le une dalle altre, come sono diverse le aspettative riguardo ciò che un terapeuta dovrebbe fare e dire per essere considerato professionale ed affidabile.

La ricerca in psicoterapia ci conferma che l’elemento di maggior rilevanza nel determinare il successo di una psicoterapia è la relazione terapeutica, cioè il rapporto che si crea tra paziente e terapeuta, rapporto di rispetto, fiducia, collaborazione, che si può instaurare o meno a prescindere dallo specifico indirizzo teorico del terapeuta.

La ricerca ha per questo studiato ed individuato alcune particolari qualità che un terapeuta dovrebbe possedere per essere veramente efficace. Per ogni qualità proponiamo delle domande che ogni paziente può porsi per indagare la presenza di tali caratteristiche nel proprio terapeuta. In questo modo avrà qualche nozione in più per poter comprendere e scegliere in maniera più consapevole.

1) Ampia gamma di qualità interpersonali.
Deve cioè essere abile nel farsi comprendere dagli altri come anche nel capire ciò che gli altri comunicano e sentono. Si mostra accogliente, empatico ed interessato all’altro non a se stesso.
Come fare a capirlo: quando parli di ciò che stai vivendo il tuo terapeuta ti sembra interessato a comprendere come ti senti? Comunica con te attraverso un linguaggio comprensibile? Parla di te piuttosto che di se stesso?

2) Capacità di aiutarti che ti porta ad avere fiducia in lui/lei.
Di solito le persone decidono in un tempo brevissimo durante il primo incontro se il terapeuta è degno di fiducia oppure no. Tale fiducia viene comunicata dal terapeuta attraverso segnali verbali e non verbali.
Come fare a capirlo: qual è la prima sensazione che provi quando incontri il tuo terapeuta? Percepisci di avere una buona relazione terapeutica e ti senti sicuro che non tradirà la tua fiducia?

3) Capacità di stabilire una buona alleanza terapeutica.
Uno dei più importanti predittori della buona riuscita di una terapia è la capacità di creare una buona relazione terapeutica chiamata alleanza terapeutica.
Come fare a capirlo: hai la sensazione che il tuo terapeuta voglia coinvolgerti stabilendo degli obiettivi sui quali entrambi concordate? Discute con te questi obiettivi a breve o lungo termine e verifica che tu sia d’accordo? Ti spiega le modalità con le quali verranno perseguiti? Si accerta che tu abbia compreso?

4) Capacità di spiegare in maniera chiara e semplice i sintomi e spiegare come questi si modifichino a seconda delle situazioni.
I pazienti anche se hanno effettuato precedenti terapie hanno bisogno di comprendere le cause dei propri sintomi e come questi si manifestano oltre che come si possano modificare.
Come fare a capirlo: riesci a comprendere le spiegazioni che il tuo terapeuta dà dei sintomi che provi? La spiegazione non dovrebbe essere “scientifica, tecnica” ma comprensibile rispetto al tuo livello di conoscenze e adatto al tuo caso specifico. Le informazioni sui sintomi dovrebbero essere aggiornate nel caso in cui si modifichino durante il corso del trattamento.

5) Capacità di sviluppare e condividere un buon progetto terapeutico.
Dopo la prima fase detta di assessment o valutazione, individuate le problematiche, i sintomi ed effettuata l’eventuale diagnosi viene proposto un trattamento specifico volto a superare la situazione.
Come fare a capirlo: il terapeuta ha condiviso con  te gli obiettivi della terapia e le modalità con le quali verranno perseguiti? Hai abbastanza chiaro in mente quello che sta succedendo nella terapia e quello che succederà in futuro? Se questo non è chiaro e condiviso potresti trovarti in disaccordo rispetto a quello che il terapeuta ti proporrà e non ti sentirai motivato a seguire il trattamento.

6) Attenzione ai progressi della terapia e loro comunicazione al paziente.
Un buon terapeuta è ben attento a verificare la presenza di cambiamenti e miglioramenti nel paziente durante il corso della terapia e li condivide con lui.
Come fare a capirlo: Il terapeuta verifica periodicamente come ti senti circa il trattamento che stai ricevendo? Ciò non significa che devi necessariamente mostrare progressi ad ogni seduta ma significa che il tuo terapeuta si preoccupa di te verificando come ti senti rispetto a ciò che sta funzionando oppure a ciò che non sta funzionando nella terapia.

7) Flessibilità nell’adattare il trattamento alle particolari caratteristiche del paziente.
Un buon terapeuta non utilizza uno schema rigido e sempre uguale di trattamento per tutti i suoi pazienti, anche se esistono protocolli standard validati scientificamente per il trattamento di particolari disturbi. Tali protocolli infatti devono essere adattati alle particolari caratteristiche del paziente altrimenti rischiano di non essere completamente efficaci.
Come fare a capirlo: se hai la sensazione che il tuo terapeuta stia rispondendo ad una serie di regole che non corrispondono a quello che tu senti o esprimi dovresti farglielo presente. Fai presente che cosa funziona e cosa no. A volte questa sensazione negativa è dovuta alla particolare fase del trattamento che si sta attraversando ma in ogni caso è importante dar voce ai propri sentimenti qualunque essi siano.

8) Capacità di infondere fiducia e ottimismo circa la possibilità di ottenere dei cambiamenti.
La speranza è un potentissimo fattore motivante. Avere la sensazione che le cose stiano funzionando è un indice importante del buon andamento della terapia. Allo stesso tempo il terapeuta non deve infondere una irrealistica speranza ma per essere efficace deve essere in grado di bilanciare un buon livello di fiducia con una buona dose di realismo.
Come fare a capirlo: un terapeuta efficace ti farà sentire in grado di agire per migliorare le cose. Anche se sei consapevole che i tuoi sintomi potranno ripresentarsi in futuro, se il tuo terapeuta ti farà sentire ottimista piuttosto che pessimista trarrai sicuramente miglior beneficio dal trattamento.

9) Sensibilità rispetto al contesto culturale del paziente.
Un terapeuta efficace, seguendo le linee guida elaborate dall’APA, deve adattare il trattamento in base ai valori culturali del proprio paziente.
Come fare a capirlo: un terapeuta efficace non fa mai commenti o insinuazioni offensive circa genere, razza, etnia, religione, orientamento sessuale, convinzioni culturali. Ad ogni modo tieni presente che il tuo terapeuta può non essere a conoscenza di particolari divieti o prescrizioni cultuarli che fanno parte della tua vita quotidiana. Condividile pertanto con lui/lei in modo tale da accrescere la conoscenza reciproca e quella personale del tuo terapeuta.

10) Ottima conoscenza di sé
Un terapeuta efficace è ben consapevole delle proprie caratteristiche e riesce a separarle da quelle che contraddistinguono il paziente. A volte gli argomenti o le situazioni riportate dai pazienti possono determinare particolari reazioni emotive nel terapeuta. Questo dovrà essere in grado di riconoscerle  e controllarle e dare al paziente il giusto sostegno necessario.
Come fare a capirlo: se hai la sensazione che il terapeuta affronti dei suoi problemi personali mentre tu stai parlando dei tuoi e senti  che questo interferisce con l’affrontare le tue problematiche, fallo presente al terapeuta. Certe reazioni inconsce infatti possono giocare brutti scherzi anche ai terapeuti, ma questo se vuole essere veramente efficace cercherà di tenere sempre sotto controllo le proprie reazioni emotive anche se molto vicine all’esperienza del paziente.

Per concludere non dobbiamo dimenticare che i risultati di una terapia dipendono da tanti fattori. La ricerca in psicoterapia ha evidenziato che le qualità del terapeuta sopra descritte giocano un ruolo importante  nell’incrementare la possibilità di raggiungere risultati positivi.

Se stai effettuando una psicoterapia forse ti sarai accorto che il tuo terapeuta non possiede tutte queste qualità e ciò non è necessariamente indice di un cattivo andamento della terapia. Ad ogni modo essendo consapevole di queste qualità sarai maggiormente in grado di giudicare e di poter eventualmente affrontare con il tuo terapeuta i punti non chiari o i dubbi rispetto alla tua terapia.

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Riportato da Psicologo Battipaglia Dottor Vito Lupo

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Stress da Esame di Maturità

Bell’articolo della Dottoressa Flavia Massaro, tratto da: http://www.medicitalia.it

Gli esami di Maturità sono alle porte, e come ogni anno centinaia di migliaia di ragazzi si stanno per misurare con uno dei momenti fondamentali della vita, che rappresenta una tappa importantissima sotto diversi punti di vista. L’impegno è consistente, e lo stress che l’accompagna colpisce in maniera più o meno marcata tutte le persone coinvolte (i ragazzi e le loro famiglie).

Come tutti gli studenti sanno, infatti, l’ansia per l’esito degli esami può portare a sviluppare una serie di disturbi, a partire da insonnia e inappetenza, che sono generalmente più marcati per i ragazzi soffrono già di disturbi d’ansia e che possono vivere un peggioramento di sintomi come tachicardia, disturbi gastrointestinali e agitazione psicomotoria che in altri invece compaiono per la prima volta, come reazione allo stato di tensione.

Psicologo Battipaglia Dottor Vito Lupo

Organizzare i momenti di studio delle prossime settimane alternandoli a momenti di svago e relax è una strategia utile a contenere lo stress e a permettersi di recuperare la fatica senza sentirsi in colpa. Prevedere dei momenti di “decompressione” è utile e necessario tanto quanto la preparazione nelle singole materie, perché arrivare al momento dell’esame in uno stato di estrema stanchezza e tensione non è utile a dare il meglio di sé.

Alcuni studenti sono comunque molto tesi e preoccupati, anche e soprattutto perché il momento della Maturità rappresenta un punto di svolta importante e una tappa fondamentale del cammino verso il raggiungimento di un’identità adulta.

L’ansia infatti è in parte dovuta anche a pensieri relativi al “dopo”: questo è il momento in cui si prendono decisioni determinanti per il proprio futuro e si deve scegliere se iniziare a lavorare o proseguire gli studi. In entrambi i casi ci si trova di fronte a molti dubbi e incertezze, è necessario misurarsi con la realtà e a volte ridimensionare sogni e desideri.  Per tutti giunge il momento di chiedersi seriamente cosa si vuole fare da grandi, e se si sarà in grado di intraprendere una certa strada (formativa o lavorativa) percorrendola fino in fondo.

Il periodo della Maturità può quindi essere fonte di grandi preoccupazioni per il proprio futuro, oltre che per l’esame in sé. Questi pensieri possono generare considerevole tensione, e un supporto psicologico può essere utile per diversi motivi:

– ridimensionare la percezione dei problemi

– lavorare su aspettative negative riguardo agli esami e al futuro

– apprendere tecniche di rilassamento da impiegare anche durante gli esami.

Lo psicologo ha a disposizione diversi strumenti per intervenire e affiancare lo studente che vive con particolare ansia questo passaggio: chiedere il suo aiuto rappresenta un’opportunità costruttiva e positiva che può essere colta da tutti coloro che desiderano vivere con maggiore serenità questo importante momento.

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NON VOGLIO ANDARE DALLO PSICOLOGO, ANCHE SE NE HO BISOGNO.

ARTICOLO ILLUMINANTE:  “Dottore ho un problema ma voglio risolverlo da solo, non voglio andare dallo Psicologo”.

(A cura del Dr. Giuseppe Santonocito, tratto da www.medicitalia.it)

Ansia, depressione, problemi sessuali, relazionali & C.: posso farcela da solo?

Una parte consistente di utenti si rendono protagonisti di un interessante fenomeno, quando ci scrivono per una richiesta. La richiesta in questione può essere riassunta così: “Aiutatemi a risolvere il mio problema, ma senza dirmi: ‘Vada dallo psicologo’. Ce la devo fare da solo”.

Le spiegazioni addotte sono varie, per esempio:

1) “Ho sempre cercato di risolvermi da solo i problemi, quindi devo farcela anche stavolta.”

2) “Andare dallo psicologo mi farebbe sentire davvero malato, invece il mio è solo un problema psicologico.”

3) “In fondo, il mio non è un problema così grave: mi basterebbe un piccolo aiuto e ce la potrei fare da me.”

4) “Non riuscirei a reggere l’imbarazzo e la vergogna di raccontare a qualcun altro i miei problemi.”

5) “Dovrei confessare ai miei genitori/ai miei cari che vado da uno psicologo, e questo non sarebbe tollerabile.”

6) “La mia situazione economica non mi permette di andare da uno psicologo; questo servizio invece è gratuito.”

Ma la spiegazione che preferisco, la mia number one, è:

7) “Non ho molta fiducia in psicologi, psichiatri ecc.”

In tutte queste spiegazioni c’è un elemento costante, macroscopico, come il proverbiale elefante in salotto, del quale però l’utente non sembra riuscire a rendersi conto: la presenza di un fondamentale paradosso nella richiesta. In sostanza è come se l’utente stesse dicendo:“Mi rivolgo a voi, psicologi, per fare da me, cioè perché mi diciate come poter fare a meno degli psicologi.”

È evidente che si tratta di una richiesta paradossale: in qualunque modo le si risponda, c’è qualcosa che non torna. Se io, psicologo, potessi aiutarti a distanza – ammesso che fosse possibile – non staresti risolvendo da solo il tuo problema, lo staresti facendo attraverso il mio aiuto. D’altra parte, se non ti aiutassi, potresti iniziare a dubitare o a rafforzare una convinzione preesistente che gli psicologi, in fondo, non servono a molto. Comunque la si giri, l’utente si trova in posizione perdente, si è sconfitto da solo.

Non c’è malizia in questo genere di richieste, sia chiaro. L’utente è alle prese con un problema e si arrabatta come può per cercare di farvi fronte. Viene a sapere che su internet c’è un servizio gratuito, chiamato Medicitalia, si collega ed espone il suo disagio. Aiutatemi, per favore. È del tutto comprensibile.

Psicologo Battipaglia Dottor Vito Lupo

Le richieste paradossali, tuttavia, quasi sempre sono di per sé indice di problematicità, come c’insegna la tradizione di ricerca di Palo Alto. Molte psicopatologie sono correlate a difficoltà e incongruenze di comunicazione che, a loro volta, correlano a convinzioni e credenze altrettanto problematiche o paradossali. Perciò, quando l’utente esprime una richiesta del tipo:

“Mi rivolgo a voi, psicologi, perché mi diciate come poter fare a meno degli psicologi.”

Possiamo prenderlo come segno quasi certo che sotto c’è realmente un problema psicologico ad affliggerlo. Che la descrizione del problema riguardi ansia, umore depresso, problemi sessuali, relazionali o altro, l’utente è vittima di un autoinganno particolarmente insidioso, che poi è lo stesso del tipico studente che s’iscrive a psicologia: crede di potersi risolvere da sé, studiandoci sopra, questioni sue personali. Più m’informo, più mi avvicinerò alla soluzione. Siamo nell’era dell’informazione, dopotutto, siamo persuasi che informazione equivalga a potere. Ma i problemi psicologici interessano quasi sempre le emozioni e sono circolari, non lineari. Sapere che dovremmo lasciare una persona che ci causa più problemi di quanti ce ne risolva, è cosa completamente diversa dal sentire che dovremmo farlo. Sapere che mi farebbe bene essere più socievole, non ha nulla a che vedere con il sentire il modo in cui riuscirci.

C’è un tratto che accomuna non solo le richieste come quelle che stiamo esaminando ma, dopo aver risposto a più di 8.000 consulti, sembra accomunare molti utenti dell’area di psicologia di Medicitalia: sto parlando del tratto di carattere noto come ossessività.

In generale, molti dei nostri utenti sembrano presentare un tratto ossessivo abbastanza marcato. Ciò non vuol dire automaticamente patologico; a distanza non è possibile fare diagnosi, quindi non possiamo sapere con certezza se siamo in presenza di patologia o meno. L’ossessività è un tratto presente in misura maggiore o minore in qualunque individuo. È il tratto responsabile ad esempio della precisione, della pignoleria, del bisogno di “fare le cose per bene”. Tutte qualità desiderabili. Nella sua versione patologica, però, l’ossessività è mantenuta in vita da una tendenza ansiosa di base, che invece di esprimersi attraverso sintomi somatici (per es. panico, tachicardia, somatizzazioni ecc.) si esprime attraverso il dubbio o la preoccupazione che potrebbe succedere o stia succedendo qualcosa d’indesiderato.

Le tentate soluzioni escogitate dall’ossessivo per tenere a bada l’ansia sono molteplici, ma si possono essenzialmente ricondurre alla tematica del controllo. Se riesco a controllare qualcosa, avrò più potere su di essa, pensa l’ossessivo, quindi mi farà meno paura. Controllo può voler dire verifica, ripetizione ritualistica ma anche, come già detto, maggiori informazioni.

Ecco quindi in che senso molti utenti che scrivono a Medicitalia sono un po’ ossessivi: l’idea di consultare uno specialista a distanza, sotto anonimato, per fargli delle domande, regala una forte illusione di controllo sul processo di consultazione: non mi vedi, non sai chi sono, ti chiedo consigli che poi potrò decidere in tutta autonomia se mettere in pratica o no. In più, posso ricevere risposte da molti specialisti diversi. E in psicologia è una vera manna, dato l’elevato numero di professionisti iscritti.

Indizi di ossessività ipercontrollante sono ravvisabili nelle spiegazioni n. 1, 2, 3 e nella n. 7. In quest’ultima potrebbe essere presente anche una leggera sfumatura paranoica, espressa sotto forma di sfiducia o paura di poter restare danneggiati dal contatto con lo specialista, contatto che a distanza si riduce al minimo necessario. Inoltre, sempre nella 7, l’utente sembra non rendersi conto di star dicendo: “Non mi fido degli psicologi” proprio a degli psicologi, a cui chiede, dichiarando però di non fidarsene, un aiuto concreto per risolversi “da solo” un problema. Un simpatico paradosso nel paradosso!

Nelle n. 2 e 3 può essere presente una negazione della gravità e urgenza del problema. Ma basta domandare: “Allora, se non è così grave, come mai si è rivolto a degli psicologi?” per svelarla. A volte lo sminuire il problema sembra quasi uno stratagemma, da parte dell’utente, per cercare di “estorcerci” un consiglio. Il ragionamento è: “So che non potete fare psicoterapia online, ma il mio non è un caso da psicoterapia, mi basta solo un consiglio”. Dopo magari aver elencato paurose e preoccupanti liste di sintomi, che lasciano intendere che il problema c’è, eccome.

La giustificazione n. 2, inoltre, rende conto di una negazione più generale e radicata nel vasto pubblico, ovvero che i problemi psicologici debbano/possano essere trattati in modo fondamentalmente diverso dalle altre patologie. Il che è vero, ma per altri motivi. “Il mio è solo un problema psicologico”, perciò ovviamente devo riuscire a risolvermelo da solo. Dopotutto, dobbiamo essere padroni di ciò che ci passa in mente, no? Di nuovo la tematica ossessiva: se la mia mente fa ciò che non deve, ho solo bisogno delle informazioni necessarie per rimetterla sotto controllo.

Le n. 4 e 5 possono rimandare ad aspetti di vergogna e stigma sociale del recarsi dallo psicologo o dallo psichiatra, i “dottori dei pazzi”. La sentiamo da utenti di alcune zone geografiche più spesso che da altre, presumibilmente per motivi di cultura locale.

Nella spiegazione n. 6 è invece presente una speranza illusoria, anche questa ampiamente diffusa: che un consulto online possa avere lo stesso valore ed efficacia di un intervento di persona. Non è così, purtroppo. Per motivi sia di deontologia professionale che di politica del sito, non possiamo fornire indicazioni diagnostiche né intervenire direttamente sul problema presentato. Possiamo limitarci solo a un orientamento generale e a qualche suggerimento, ma sempre con il contagocce. Anche perché, tanto, un intervento a distanza non funzionerebbe comunque. Inoltre il problema economico può essere in molti casi aggirato: esistono forme di terapia breve altrettanto efficaci di altre più tradizionali; esistono il servizio pubblico, i centri di ascolto psicologico per studenti universitari ecc.

Insomma, valutate bene su cosa si basa la vostra riluttanza a rivolgervi di persona a un professionista, perché potrebbe essere essa stessa parte del problema.

Dr. Giuseppe Santonocito,

riportato da: Psicologo Battipaglia Dottor Vito Lupo.

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