Sindrome del Colon Irritabile.

La Sindrome del Colon Irritabile è una patologia relativamente recente dal punto di vista della definizione diagnostica.
È il disturbo più comune che riguarda il colon ed è associato con due o più dei seguenti sintomi, di cui almeno uno si dovrebbe verificare una volta su quattro:
-dolore o disagio addominale, alleviato con la defecazione
-cambiamento nella frequenza delle feci
-alterazione dell’aspetto, del colore e dell’odore delle feci (feci dure, sciolte o acquose)
-alterazione del passaggio delle feci (con sforzo o urgenza, con la sensazione di evacuazione incompleta)
-produzione di muco
-rigonfiamento o sensazione di rigonfiamento addominale

Altri sintomi somatici sono: flatulenza, mal di testa, letargia, frequenza ad urinare, mal di schiena.
I sintomi psichici più frequentemente rilevati sono ansia e depressione.
E’ un disturbo molto diffuso, molto di più di quanto se ne parli, sottovalutato e poco curato.

Quali sono le cause?
Nel 50% dei casi la sindrome è di natura psicologica (non presenta cause organiche chiaramente dimostrabili e i risultati dei test diagnostici sono negativi).
Nel tempo i disturbi aumentano, la qualità della vita peggiora e il paziente è costretto a una sorta di isolamento sociale e lavorativo.
Spesso la cronicizzazione del disturbo è causata dall’approccio fai-da-te alla cura (diete sbagliate, prodotti di erboristeria, lassativi non idonei) o dalla stoica sopportazione dei sintomi senza ricorso a cura specialistiche.
Purtroppo alla lunga la sindrome può comportare seri problemi sia organici sia psicologici.                                   colon-irritabile-sintomi

Il segreto per arrivare alla soluzione è instaurare un rapporto di estrema fiducia e confidenza con il proprio corpo e “capire” il proprio intestino.
L’intestino è considerato, a ragione, il “secondo” cervello del nostro organismo. Da un lato controlla la sua motilità e sensibilità grazie al sofisticato plesso mioenterico che lo avvolge, dall’altro produce enormi quantità di serotonina, neurotrasmettitore sintetizzato anche dai neuroni, che ha molto a che fare con il tono dell’umore.
I pazienti sono convinti o preferiscono pensare che la sindrome del colon irritabile abbia solo cause organiche e per questo si rivolgono soprattutto al gastroenterologo piuttosto che ad uno psicoterapeuta. Invece le cause psicologiche sono spesso preponderanti.

Tra i fattori psicologici e sociali vi sono:

-il perfezionismo o meglio la difficoltà di conciliare le aspirazioni di autorealizzazione con gli ideali di perfezionismo che la persona ha interiorizzato (vale sia per gli uomini che per le donne). Questo conflitto tra aspirazioni e standard severi rende le persone costantemente preoccupate di non essere all’altezza e le espone a livelli elevati di stress cronico.
-la difficoltà ad esprimere in modo diretto, esplicito e verbale il proprio disagio psicologico che quindi si rende manifesto attraverso sintomi fisici quali l’IBS
-il conflitto del ruolo di genere (soprattutto per le donne). Per conflitto del ruolo di genere si intende un conflitto del modo in cui ci si rapporta al mondo, a seconda del proprio genere sessuale. Nella nostra cultura le donne sono esposte a messaggi contraddittori che riguardano il loro ruolo di genere: da una parte viene richiesto loro un comportamento specifico in quanto donne (materno, dipendente, emotivo-affettivo, accudente, compiacente verso gli altri) dall’altra tale comportamento viene svalutato, giudicato come inferiore e soprattutto invalidante poiché non permette alle donne di ottenere una realizzazione personale, specialmente nel campo lavorativo.Tale conflitto può evolvere nella sindrome del colon irritabile quando la persona non riesce a focalizzarsi e a prendere consapevolezza del conflitto e a conciliarlo con se stessa, spostando tutto inconsciamente sul corpo.
-Ancora, la tendenza ad auto colpevolizzarsi. Si intende la tendenza ad assumersi la responsabilità di qualsiasi evento negativo e si traduce in elevati livello di autocondanna.
-il Self-silencing scheme, uno schema di comportamento caratterizzato dalla tendenza ad autozittirsi, ad assecondare le esigenze altrui facendo ciò che gli altri si aspettano, negando e svalutando i propri pensieri e bisogni.

Ancora una volta entrano in gioco quindi le emozioni, il perfezionismo e quello che io chiamo “sano egoismo”, chi non si prende cura di questi aspetti di se si focalizza con più probabilità su segnali corporei perché è meno in contatto con i propri bisogni emotivi.
Nelle forme acute e non ancora cronicizzate un trattamento psicologico allevia moltissimo i sintomi e il dolore.
Dovrebbe comprendere l’espressione e l’elaborazione delle proprie emozioni e delle parti più profonde di sè, la reinterpretazione dei tanti pensieri disfunzionali e delle convinzioni legate all’ansia e alla propria malattia organica e la messa in pratica di sedute di rilassamento specificamente elaborate per questa problematica.

Dottor Vito Lupo…lo Psicologo col Cappello.

www.vitolupo.it

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Pensieri ed emozioni, pensare sano per stare meno male.

    

Le nostre emozioni negative sono spesso causate dai pensieri altrettanto negativi che automaticamente facciamo. Dire allora pensieri negativi e dire emozioni negative diventa allora la stessa cosa poiché sono proprio i pensieri che causano le emozioni. E’ importante perciò imparare a controllare i nostri pensieri negativi perché sono la causa principale della nostra sofferenza. Se penso a cose brutte si attivano zone cerebrali che liberando determinati neurotrasmettitori e rafforzando specifici connessioni sinaptiche determinano sofferenza, se penso a cose belle accade il contrario.

Le connessioni sinaptiche si rafforzano diventando più sensibili in futuro a specifici contenuti di pensiero, più pensiamo a cose belle più le emozioni positive sono più facili da evocare. Immaginate per un attimo di aver trovato l’amore o di aver vinto un milione di euro, solo il pensiero di queste cose determina della scariche elettriche di buon umore, anche se sono solo immagini mentali. Lo stesso accade, in senso negativo, se pensiamo alla morte di un caro o ad un problema da risolvere, anche in questo caso c’è niente di reale, però tra i due pensieri non è più bello il primo?

I pensieri negativi rappresentano la perdita della fiducia in se stessi e negli altri, la paura di vivere, lo scoramento, la sensazione di non farcela o di non riuscire.

La paura deriva quasi sempre da pericoli immaginari o dalla grande capacità che abbiamo di ingigantire pericoli veri, questi comunque possono essere affrontati e superati. Spesso la paura si presenta quando l’Io è fragile, indebolito o frammentato. Spesso approfitta di programmi inconsci di pensiero acquisiti precocemente che si attivano in automatico, sono schemi consolidati interni che ci portano a pensare subito a cose brutte e a volte senza motivo.

Sono quei meccanismi che, per fare un esempio scherzoso, quando suona il postino, ci portano subito a pensare che stia portando bollette, multe o cartelle esattoriali anziché la lettera di un amico, un assegno o un rimborso dell’INPS.

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La differenza fondamentale tra i pensieri negativi e quelli positivi è che i primi sono involontari o spontanei mentre i secondi sono volontari, necessitano di uno sforzo da parte nostra per produrli.

Viene da chiedersi il perché. Semplice, in effetti i pensieri negativi sono di natura nevrotica, causati dal nostro disadattamento interno e ambientale.

Lo sforzo per contrastare i pensieri negativi e favorire quelli positivi è dovuto al fatto che purtroppo, specialmente al giorno d’oggi, è la negatività ad essere spontanea e naturale, non la positività. Abbiamo degli schemi inconsci di pensiero che ci fanno vedere tutto nero, chiaro sintomo della decadenza ineluttabile della nostra civiltà e del fatto che, nel bene e nel male, chi più e chi meno, siamo tutti “nevrotici”.

Il sano, il puro, per credere che il postino quando suona porta soldi e non tasse non ha bisogno di alcuno sforzo, lo pensa e basta.

I pensieri negativi ci fanno soffrire, ci fanno star male perché noi li consideriamo erroneamente opera nostra, ci identifichiamo con essi e con le emozioni che essi determinano. Crediamo che siano veri ma in realtà sono solo le emozioni associate ad essere reali, i pensieri sono irreali, sono parti fantasmatici della nostra mente, ci fanno paura ma non sono noi.

Purtroppo quando ci identifichiamo con qualcosa ne siamo dominati (vale anche per l’amore, la fede calcistica, la religione, ecc.), ne diventiamo schiavi, non riusciamo a liberarcene e ciò che ci da gioia ci può anche far soffrire.

E’ molto importante quindi cercare di liberarsi dagli attaccamenti del passato, dalle ansie e dalle preoccupazioni per il futuro.

Bisognerebbe vivere nella realtà del presente, solo lì non c’è sofferenza perché la sofferenza è molto spesso solo una questione mentale, deriva da episodi del passato e dalle preoccupazioni per il futuro, nulla di tangibile se ci pensate un attimo.

Non è quindi ciò che ci succede che ci fa stare bene o male, ma il modo in cui interpretiamo i fatti e reagiamo ad essi.

Dottor Vito Lupo…

lo Psicologo col Cappello.

http://www.vitolupo.it