Qualche ipotesi neuroevoluzionistica sull’eziopatogenesi dell’ansia e del disturbo di panico sulla base delle ricerche più recenti.

La teoria dell’attaccamento di Bowlby negli ultimi anni si sta integrando con le ricerche nell’ambito delle neuroscienze delle emozioni e del cervello sociale. Centrali sono i cosiddetti periodi critici dei primi periodi di vita del soggetto. Durante questa fase il cervello è estremamente plasmabile, si possono disegnare configurazioni e strutture sinaptiche diversificate a seconda della qualità della relazione d’attaccamento. Già nell’arco del solo primo anno di vita la qualità dell’attaccamento può strutturare un adattamento sano. (Sassaroli, Lorenzini, Ruggiero, 2006).

Secondo Rutter, un attaccamento disfunzionale nella prima infanzia compromette l’adattamento sociale futuro del bambino, condizione che non può ripararsi secondo l’autore, nemmeno se in età adulta, l’ambiente di vita risulta favorevole (Rutter, 1989).  Un attaccamento sano necessita della prossimità di una figura stabile, presente, attenta,  capace di ridurre le fisiologiche tensioni emotive che il bambino sperimenta. L’attaccamento risulta già attivo dall’inizio della vita, già al momento della nascita il pianto del neonato lo segnala.

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Gli apprendimenti e le esperienze di vita successive non modificheranno le sue caratteristiche di base apprese precocemente. Le risposte emotive, cognitive e somatiche sperimentate durante queste primissime fasi della vita umana,  possono ripresentarsi anche dopo decenni in seguito ad eventi stressanti di svariato tipo, anche avulsi dalle prime esperienze originarie, che fungono da “trigger” (inneschi). Si tratta di quell’angoscia da separazione sperimentata nell’infanzia e mai sanata che può manifestarsi come ansia o disturbo di panico nel corso di qualsiasi fase evolutiva: infanzia, adolescenza, maturità e vecchiaia (Infrasca, 2006).

Secondo Liotti il bambino può interiorizzare un modello operativo del Se duplice e ambivalente, da un lato si percepisce amabile e degno di attenzioni ma simultaneamente dall’altro, ha una rappresentazione di essere indegno nel ricevere cure nei momenti di bisogno. Secondo l’autore, un simile tipo di attaccamento, ansioso resistente, può favorire lo svilupparsi di una personalità fobica in età adulta (Liotti, 1995), la stessa ipotesi era già sostenuta anche da Bowlby (1976).

L’assenza prolungata della sintonia genitoriale, causa al bambino dei costi enormi in termini di adattamento non solo emotivo e psicologico, ma anche in termini di neurochimica e anatomia cerebrale.

L’amigdala, il nostro protettore da ogni pericolo, situata al centro del cervello, è una sentinella molto efficiente che in caso di qualsiasi potenziale emergenza “rapisce” il cervello e agisce autonomamente (Goleman, 1996). L’amigdala e l’ippocampo, basandosi su esperienze infantili negative (adulti o caregiver non sufficientemente responsivi o altri eventi stressanti o traumatici), interpretano automaticamente degli eventi o delle situazioni come minacciose anche se non lo sono. Nell’amigdala possono esserci ricordi e repertori di  risposte apprese e messe in atto senza rendersene assolutamente conto. Mentre l’ippocampo ricorda i fatti nudi e crudi, l’amigdala ne trattiene, per così dire, il sapore  emozionale. Le esperienze della vita che più ci feriscono o ci spaventano sono destinate a diventare i nostri ricordi più indelebili. Noi non ricordiamo le esperienze negative dei primi anni di vita, l’ippocampo però ne immagazzina le emozioni e l’amigdala dei soggetti ansiosi le rivive continuamente ritrovandole erroneamente nell’ambiente circostante (Goleman, 1996). L’amigdala ha un sistema di controllo molto superficiale, si basa su esperienze vissuta tanti anni prima, le risposte emotive, cognitive, fisiologiche e comportamentali che produce sono solo lontanamente simili agli eventi di vita originari.

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Questi eventi di vita infantili vengono archiviati e gestiti dall’ippocampo e dall’amigdala come software della nostra vita emotiva in modo molto grossolano, senza una connotazione cognitiva.

Sono sensazioni ed emozioni allo stato grezzo, sensazioni ed emozioni senza nome.

Quindi le reazioni di ansia o di panico, anche in assenza di situazioni effettivamente pericolose, si possono spiegare col fatto che sono state apprese in un età in cui non avevamo ancora i pensieri e le parole per descriverle e spiegarcele (LeDoux, 1993). Sulla base di quanto esposto si chiarisce il ruolo calmante e protettivo che può avere la figura di attaccamento nel rispondere adeguatamente a questi stati di attivazione nel bambino piccolo, lei non ha bisogno di spiegare, deve solo sintonizzarsi coi bisogni del piccolo.

Il bambino è biologicamente programmato a richiedere cure e attenzioni dell’altro. I sistemi motivazionali dei mammiferi sono basati su solide tendenze innate rivolte al soddisfacimento dei bisogni e dei desideri (Liotti, Monticelli, 2014). Risultato dell’evoluzione darwiniana e quindi biologicamente determinati, sono influenzabili e regolabili dall’interazione continua del soggetto con il suo ambiente e con le persone con le quali interagisce. Il sistema volto alla soddisfazione del bisogno di cure e protezione, di vicinanza affettiva è quello che Bowlby aveva già definito sistema di attaccamento (Bowlby, 1976). Si configura come una sistema organizzato di organi e comportamenti comuni a quasi tutti mammiferi evolutisi per assicurarsi la presenza, le cure e la protezione dell’altro. Un esempio classico può essere il “separation cry” (il pianto del cucciolo, ma anche adulto in situazioni di rischio, di mammifero), caratteristico della richiesta di cure (Liotti, Monticelli, 2014). Se la figura d’attaccamento non risponde prontamente al richiamo del bambino, le emozioni di paura persistono a lungo e vengono registrate dall’ippocampo e dall’amigdala. Il soggetto percepisce sensazioni di minaccia, vulnerabilità, impossibilità a raggiungere la sicurezza biologicamente desiderata. Se invece la madre è responsiva, “sufficientemente buona”, sintonizzata (Winnicot, 1974), il bambino può calmarsi, l’ansia e lo stress si riducono consentendogli di orientarsi nel suo ambiente per soddisfare bisogni di diverso tipo e attivare altri sistemi motivazionali.

Questo è l’aspetto importante.c4a68696b73af244ccb88f745efbb382--figure-drawing-self-portraits

Quando il bambino è sereno (ma vale anche per l’adulto) ha la serenità e la sicurezza che gli permette di dedicarsi tranquillamente all’esplorazione dell’ambiente, di giocare, cooperare con gli altri, cercare un partner sessuale (ovviamente l’adulto), o nel caso solo degli esseri umani, riflettere sulla propria mente e su quella degli altri (Liotti, Monticelli, 2014). Esperienze gravi e prolungate di separazione e di ansia, possono quindi inibire il comportamento esploratorio e alimentare sensazioni di precarietà esistenziale. L’ambiente viene percepito come minaccioso e il sistema simpatico viene continuamente sollecitato ad attivarsi, causando ansia o panico (Rovetto, 2003). In casi del genere l’amigdala prende il sopravvento, i circuiti del sistema limbico, del nervo vago e del sistema parasimpatico si attivano in modi specifici causando le risposte fisiologiche di attacco e fuga tipiche dell’ansia (Liotti, Monticelli, 2008).

La teoria polivagale di Stephen Porges (Porges, 2014) arricchisce ulteriormente il quadro neurofisiologico-evoluzionistico che determina le tipiche reazioni fisiche ed emotive dell’ansia e del panico. I rami del nervo vago (il decimo delle dodici paia di nervi cranici), connettono numerosi organi come il cervello, i polmoni, lo stomaco, l’intestino e si attivano in seguito all’allarme dell’amigdala in condizioni percepite come minacciose o pericolose. La teoria polivagale ha permesso di comprendere in modo più complesso e sofisticato gli aspetti biologici della sicurezza e del pericolo, ha descritto la relazione dinamica tra le esperienze viscerali del corpo, tipiche dei sintomi somatici dell’ansia, le voci e i visi delle persone circostanti. Ad es. si sa che un tono di voce o un tipo di volto possono calmare e rassicurare, modificando notevolmente gli stati di attivazione emotiva e fisiologica. La teoria polivagale, con la descrizione dei vari settori afferenti ed efferenti lungo il decorso del vago, delineando come, quando e perché queste fibre si attivano e si disattivano, ha spiegato i meccanismi della sintonizzazione tra la figura di attaccamento e il bambino e anche tra persone adulte e come questo avviene. Inoltre, la teoria di Porges è andata oltre la spiegazione dei sistemi di sicurezza dell’attacco e fuga dimostrando la grande rilevanza che hanno ad esempio l’udito, la vista, i muscoli facciali, oculari, le relazioni sociali, la dimensione interpersonale, nel modulare gli stati emotivi (Van Der Kork, 2014). Se l’ambiente viene percepito come sicuro e la figura di attaccamento fornisce cure adeguate, le risposte somatiche e comportamentali di protezione, attacco e fuga vengono arrestate.

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La sensazione di sicurezza e fiducia derivante dalla relazione distesa, tramite le fibre del vago, si trasmette anche nelle sensazioni viscerali (stomaco e intestino in primis) e ad altre parti dell’organismo come il volto, orecchio medio, bocca, laringe, faringe (Porges, 2001). Il corpo e i muscoli sono rilassati, la voce è calda e armonica, i muscoli del volto sono distesi, l’organismo, non deve proteggersi o difendersi, e può quindi focalizzarsi al soddisfacimento di bisogni motivazionali di altro tipo e al raggiungimento dei propri obiettivi. La porzione del vago coinvolta in questi processi è la ventro-vagale, è definita da Porges come “Sistema d’Ingaggio Sociale” (Social Engagement System). Dato che compare con la nascita, si suppone che intervenga anche nell’interazione e nei cicli interpersonali tra madre e bambino, influenzando quindi le modalità di attaccamento (Tagliavini, 2011). Infatti, secondo Schore una madre “sufficientemente buona” riesce a modulare gli stati eccitatori del neonato, lo riesce a calmare durante un’attivazione simpatica troppo intensa, ma allo stesso tempo, sa come e quando attivarlo e stimolarlo in caso di una prolungata attivazione parasimpatica (Schore, 2010).

La sintonizzazione e l’adeguatezza delle cure materne in queste fasi precoci di vita risultano fondamentali perché le fibre ventro-vagali all’inizio sono amielinizzate. I segnali nervosi che disattivano l’attivazione simpatica e veicolano le sensazioni di calma decorrono quindi più lentamente durante la fase neonatale. La capacità di fornire cure da parte della figura d’attaccamento può influenzare il “settaggio” e il funzionamento del sistema nervoso autonomo portando a disregolazioni dell’arousal e all’insorgenza di risposte ansiose anche dopo anni (Porges, 2014).

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L’adulto vive in modalità e in contesti diversi le stesse esperienze che ha vissuto da neonato o da infante, senza rendersi conto di cosa accade e perché. Preoccupandosi eccessivamente dei suoi sintomi alimenta involontariamente il circolo cognitivo dell’ansia e il meccanismo della “paura di aver paura”, ma questo è un altro discorso.

Vito Lupo

 

Riferimenti bibliografici:

  • Bowlby J., (1976). Attaccamento e perdita. 1: L’attaccamento alla madre. Torino: Boringhieri. II ed. riveduta e ampliata (1999). Torino: Bollati Boringhieri.
  • Goleman D. (1996). Intelligenza emotiva, che cos’è perché può render ci felici. Milano: Bur Rizzoli. 
  • LeDoux J. (1993). Emotional Memory Systems in the Brain. Behavioural Brain Research, 58, 1993.
  • Porges S.W. (2001). The polyvagal theory: phylogenetic substrates of a social nervous system. International Journal of Psychophysiology 42, 123-146.
  • Porges S.W. (2014). La Teoria Polivagale: fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione. Roma: Giovanni Fioriti  Editore.
  • Rovetto F. (2003). Panico. Origini, dinamiche e terapie. Milano: McGraw-Hill.
  • Liotti G., (1995). Attaccamento insicuro e agorafobia. In Parkes C. M., Stevenson Hinde J., Harris P. (a cura di), L’attaccamento nel ciclo di vita. Roma: Il Pensiero Scientifico.
  • Liotti G., Monticelli F. (2014). Teoria e clinica dell’alleanza terapeutica. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Rutter M. (1989). Pathways from Childhood to Adult Life. Journal of Child Psychology and Psychiatry. 1989 Jan;30(1):23-51.
  • Sassaroli S., Lorenzini R., Ruggiero G.M. (2006). Psicoterapia cognitiva dell’ansia. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Schore A. N. (2010). I disturbi del sé. La disregolazione degli affetti. Roma: Astrolabio Ubaldini.
  • Tagliavini G. (2011). Modulazione dell’arousal, memoria procedurale ed elaborazione del trauma. Il contributo clinico del modello polivagale e della terapia sensomotoria. Cognitivismo Clinico, 8(1): 60-72.
  • Van Der Kork B. (2014). Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Winnicott D. (1974).  Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo. Roma: Armando.

 

 

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